Assistiamo in diretta, sempre più
spaventati, alle stragi terroristiche nei luoghi-simbolo della nostra laicità,
dove si mescolano genti, merci, idee all’insegna del cosmopolitismo
contemporaneo.
Osserviamo con sgomento lo scandalo di
un’emergenza migratoria carica di tragedie, cui l’Europa, ormai divisa su tutto
e sempre meno popolare, non è in grado di far fronte con misure umanitarie
all’altezza della sua cultura democratica.
Le istituzioni che ci siamo dati per
garantire la convivenza ci appaiono fragili e inadeguate. Fragili sono gli
equilibri economico-finanziari della globalizzazione, orchestrati da interessi
che ci trascendono. Frammentato e
confuso il quadro geopolitico. Vulnerabile il territorio.
Offesa la “verità” che tutti conosciamo, ma, ancora una volta… “non abbiamo le prove”.
In una realtà sottoposta a sconvolgimenti
profondi, siamo disorientati. E ci sentiamo vulnerabili: se siamo donne,
adolescenti senza punti di riferimento, giovani e adulti senza lavoro; se siamo
poveri o impoveriti, anziani, disabili, “diversi”…. soli.
Vulnerabilità è la cifra del nostro tempo.
Prenderne coscienza è un modo per stare al
mondo – in questo mondo – senza affidare alla paura il governo dei nostri
pensieri, ma affrontando nel confronto con gli altri i problemi che crediamo
nostri e sono di tutti: un modo per combattere la crisi di fiducia nel futuro,
pur continuando a coltivare dubbi e porre domande.
Motivazione del Premio Letterario Internazionale Tiziano Terzani 2016 a Martín Caparrós per “La fame” (Einaudi 2015)
Quasi un miliardo di persone nel mondo soffre la fame e ogni anno nove milioni di esseri umani muoiono per denutrizione. Caparrós non si ferma davanti a questi numeri, insufficienti, nella loro aridità, a scalfire la nostra indifferenza. Si mette in viaggio, attraversa i territori della povertà estrema, scende nell’inferno delle tante, troppe periferie del pianeta, entra nelle vite delle singole persone, le interroga, le ascolta. Lo fa con la pietas di chi si sente personalmente chiamato in causa, ma anche con la lucidità di un pensiero laico che non fa sconti a nessuno, e soprattutto con il coraggio e la passione di chi vuole individuare, smascherare e denunciare i meccanismi e gli interessi che stanno dietro uno scandalo che si vorrebbe far passare come un fenomeno inevitabile. Scopre che la fame è tragedia vissuta soprattutto al femminile e che il nostro benessere di privilegiati del Primo Mondo, la nostra attitudine allo spreco, è una violenza quotidiana verso chi non ha nemmeno il latte del proprio seno per nutrire i figli. E si convince che “non esiste la ricchezza di un paese senza la miseria e la fame di un altro”. La fame diventa così una lente necessaria attraverso la quale Caparrós ci costringe a guardare il mondo in cui viviamo.
Sotto quella lente passano in rassegna i temi cruciali di un tempo che viene chiamato post-moderno: le vertiginose, crescenti diseguaglianze del mondo globalizzato, la rapina dei territori e le nuove forme di colonialismo e di sfruttamento schiavistico, la colpevole, complice inadeguatezza dei governi e l’impotenza della solidarietà internazionale. Alla fine di una serrata lettura che non lascia tregua, grazie a una straordinaria agilità di scrittura capace di rendere avvincente un tema così duro, così scomodo, nessuno di noi può far finta di niente, nessuno di noi può voltarsi dall’altra parte. E ci rimane la voglia di saperne di più.
Per questa denuncia, per questa lucidità, per questo richiamo alla nostra responsabilità, individuale e collettiva, per l’utopia che l’autore ci consegna di una rivoluzione antropologica che scardini il paradigma delle “necessarie” diseguaglianze, la giuria assegna il Premio letterario internazionale Tiziano Terzani 2016 a Martin Caparrós per La fame.